COLLEGATO LAVORO:

LA PREVISIONE DELL’INDENNITÀ DOVUTA IN CASO

DI CONVERSIONE DEL RAPPORTO A TERMINE

È VALIDA E SI APPLICA ANCHE AI GIUDIZI IN CORSO

AL 24 NOVEMBRE 2010

 

Con sentenza n. 303 dell’11 novembre u.s., la Consulta si è finalmente espressa in merito alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte di Cassazione e dal Tribunale di Trani in merito ai commi 5°, 6° e 7° dell’art. 32 della legge n. 183/2010 (c.d. Collegato Lavoro), che così recitano:

- comma 5°: “Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un'indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604”;

- comma 6°: “In presenza di contratti ovvero accordi collettivi nazionali, territoriali o aziendali, stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l'assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell'ambito di specifiche graduatorie, il limite massimo dell'indennità fissata dal comma 5 è ridotto alla metà”;

- comma 7°: “Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione per tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge. Con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini della determinazione della indennità di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle parti un termine per l'eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell'articolo 421 del codice di procedura civile”.

 

Nell’immediatezza dell’entrata in vigore della legge n. 183/2010, numerose erano state le perplessità sollevate dalla dottrina in merito alla portata delle disposizioni in questione.

Numerosi autori si erano infatti domandati se l’indennità forfetaria stabilita dall’art. 32 comma 5°

fosse destinata ad aggiungersi oppure a sostituirsi al risarcimento del danno ordinariamente conseguente alla declaratoria dell’illegittimità del termine, e se fosse (o meno) conforme al dettato costituzionale l’estensione della disciplina in esame anche ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore del Collegato Lavoro.

La disposizione di cui al comma 7° sembrava, infatti, riprodurre nella sostanza il contenuto dell’art. 4 bis del d.lgs. 368/01 (“Con riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione, e fatte salve le sentenze passate in giudicato, in caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 4, il datore di lavoro è tenuto unicamente ad indennizzare il prestatore di lavoro con un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di sei mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali), e successive modificazioni”), già dichiarato incostituzionale dalla Consulta con sentenza n. 214/2009 in virtù dell’irragionevole disparità di trattamento determinata dall’applicazione, a situazioni di fatto identiche (contratti di lavoro a tempo determinato stipulati nello stesso periodo, per la stessa durata, per le medesime ragioni ed affetti dai medesimi vizi) di discipline sostanziali diverse (da un lato, secondo il diritto vivente, conversione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato e risarcimento del danno; dall'altro, erogazione di una modesta indennità economica), “per la mera e del tutto casuale circostanza della pendenza di un giudizio alla data (anch'essa sganciata da qualsiasi ragione giustificatrice) del 22 agosto 2008” (giorno di entrata in vigore dell'art. 4-bis del d.lgs. n. 368 del 2001).

 

Orbene, la Corte di Cassazione ed il Tribunale di Trani hanno sollevato formale questione di legittimità costituzionale dei suddetti tre commi dell’art. 32, sostenendo: 

1) che “la previsione di un’indennità circoscritta ad alcune mensilità di retribuzione sarebbe irragionevolmente contenuta rispetto all’ammontare del danno sopportato dal prestatore di lavoro a causa dell’illegittima apposizione del termine al contratto, che aumenta con il decorso del tempo, assumendo dimensioni imprevedibili”;

2) che tale indennità risulterebbe quindi “sproporzionata per difetto rispetto all’ammontare del danno sofferto dal lavoratore”, inducendo “il datore di lavoro a persistere nell’inadempimento tentando di prolungare il giudizio oppure sottraendosi all’esecuzione della sentenza di condanna, non suscettibile di realizzazione in forma specifica”, con ciò “vanificando il diritto del cittadino al lavoro ed arrecando grave nocumento all’effettività della tutela giurisdizionale, che esige l’esatta, per quanto materialmente possibile, corrispondenza tra la perdita conseguita alla lesione del diritto soggettivo ed il rimedio ottenibile in sede giudiziale”;

3) che la denunziata sproporzione contravverrebbe all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, allegato alla direttiva 28 giugno 1999 n. 1999/70/CE, come interpretato dalla giurisprudenza comunitaria;

4) che la disciplina de qua realizzerebbe un’indebita intromissione del potere legislativo

nell’amministrazione della giustizia al fine di influire sulla decisione di una singola o di un gruppo di controversie “non giustificata da ragioni “imperative” di interesse generale, né da esigenze parificatrici in rapporti di lavoro pubblico, né dall’incerta interpretazione o da imperfezioni tecniche delle norme di diritto comune in tema di risarcimento del danno subìto dal lavoratore”;

5) infine, che le disposizioni in esame contrasterebbero con l’art. 3 Cost. perché “la forfetizzazione del risarcimento … tale da monetizzare persino il diritto indisponibile alla regolarizzazione contributiva e calcolata, oltre tutto, secondo i criteri inappropriati di cui all’art. 8 della legge n. 604 del 1966” (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’impresa, anzianità di servizio del lavoratore, comportamento e condizioni delle parti) “renderebbe irragionevolmente irrilevante, anche a fronte della ricostituzione ex tunc del rapporto sottesa alla disposta “conversione” di esso, il tempo che il prestatore di lavoro subordinato è costretto ad attendere per ottenere l’accertamento giudiziale dell’illegittimità del termine, negandogli quanto, invece, l’ordinamento riconosce a tutti gli altri soggetti contrattuali nel caso di inadempimento delle loro controparti, ossia il diritto al pieno risarcimento del danno subìto”; 

6) che, sempre sul piano della violazione dell’art. 3 Cost., “le norme censurate discriminerebbero una serie di lavoratori versanti in situazioni comparabili, ossia coloro i quali ottengano incolpevolmente la pronuncia favorevole nei gradi successivi al primo rispetto a coloro i quali, invece, l’abbiano ottenuta già in primo grado, in quanto, a differenza di questi ultimi, non possono tenere fuori dall’indennità “omnicomprensiva” le retribuzioni e i contributi successivi alla pronuncia di primo grado; i lavoratori assunti a termine rispetto ad altre categorie di dipendenti precari, aventi diritto alla ricostituzione del rapporto di lavoro, sia sotto il profilo retributivo che sotto quello contributivo … ; i lavoratori assunti a termine con giudizio ancora pendente in primo grado nei confronti di coloro la cui causa penda in appello o in cassazione, essendo le nuove disposizioni applicabili solo ai primi”;

7) che, pertanto, la disciplina in esame inciderebbe “sui principi della domanda e dell’interesse ad agire, e quindi, sul diritto all’azione, sino a minare, inoltre, con la sua efficacia retroattiva la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato

di diritto e la coerenza e la certezza dell’ordinamento giuridico”.

 

Tali censure sono state, tuttavia, fermamente ed analiticamente respinte dalla Corte Costituzionale.

Di seguito, in estrema sintesi, le argomentazioni del giudice delle leggi.

Innanzitutto, secondo la Consulta, l’introduzione di un’indennità omnicomprensiva di importo compreso entro valori minimi e massimi persegue il fine di rimediare alle “obiettive incertezze verificatesi nell’esperienza applicativa dei criteri” con cui veniva determinato l’ammontare del risarcimento, “con l’esito dei risarcimenti ingiustificatamente differenziati in misura eccessiva” a fronte di rilevanti variabili quali, ad esempio, la determinazione del dies a quo per il calcolo del risarcimento (spesso individuato in via interpretativa sulla base di meri comportamenti concludenti) nonché la detrazione di aliunde perceptum e percipiendum.

Fatta tale premessa, la Consulta afferma:

- che l’indennità omnicomprensiva prevista della norma censurata va intesa come “aggiuntiva e non sostitutiva” rispetto alla conversione del rapporto a tempo indeterminato; resta ferma, pertanto, la stabilizzazione del rapporto quale diretta conseguenza dell’accertamento giudiziale in merito all’illegittimità del termine consegue la stabilizzazione del rapporto;

- che l’indennità copre solamente il periodo “che corre dalla scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la conversione del rapporto”, non già – come paventato dalla Corte di Cassazione – l’intero periodo compreso tra l’interruzione del rapporto e l’effettiva riammissione in servizio; ne consegue l’insussistenza del rischio che il datore sia incentivato a persistere nell’inadempimento anche in seguito alla pronuncia a sé sfavorevole, posto che a far data dalla medesima egli è tenuto – per effetto della conversione del rapporto – a corrispondere al lavoratore le retribuzioni maturate anche in ipotesi di mancata effettiva riammissione in servizio;

- che l’indennità non può dirsi irragionevolmente sproporzionata in difetto, stante in primo luogo l’intervenuto contenimento dell’arco temporale tra la cessazione del rapporto e la sentenza, a seguito dell’introduzione di un termine decadenziale di 330 giorni per l’esercizio dell’azione di accertamento della nullità del termine (60 giorni per l’impugnazione stragiudiziale + 270 giorni per l’introduzione del giudizio), e tenuto conto, in secondo luogo, della non detraibilità dell’aliunde perceptum e dell’aliunde percipiendum dall’importo in questione (manifestandosi in ciò la natura sanzionatoria dell’indennità medesima);

- che è del tutto ragionevole anche la riduzione del limite massimo della stessa in presenza “di contratti ovvero accordi collettivi nazionali, territoriali o aziendali, stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l'assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell'ambito di specifiche graduatorie” (art. 32 comma 6°), in quanto espressione del favor del legislatore “per i percorsi di assorbimento del personale precario disciplinati dall’autonomia collettiva”;

- che non è dato individuare, nella disciplina in parola, alcuna indebita omologazione di situazioni differenti, e ciò sia perché le situazioni descritte dalle corti rimettenti (sentenza favorevole in prima istanza piuttosto che all’esito dei successivi gradi di giudizio, persistenza o meno del datore nel rifiuto di riammettere il lavoratore in servizio) dipendono da inconvenienti “solo eventuali e di mero fatto” (come tali irrilevanti ai fini del rispetto del principio costituzionale di uguaglianza), sia perché non è possibile paragonare l’illegittimità del termine a fattispecie più gravi come il ricorso fraudolento ai rapporti di co.co.co. e la somministrazione di manodopera, sia – infine – perché la garanzia economica rappresentata dal rimedio predisposto dal Legislatore può essere adeguatamente calibrata dal Giudice dando applicazione ai criteri di cui all’art. 8 della legge n. 604/66;

- che, mediante l’introduzione di una disciplina dotata di efficacia retroattiva, non si è prodotto alcun contrasto con l’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU); invero, tale previsione, così come interpretata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, vieta allo Stato di legiferare con efficacia retroattiva in materia civile (determinando così un’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia) se non in presenza di imperative ragioni di interesse generale al precipuo fine di “evitare ogni influenza sulla soluzione giudiziaria di una controversia … di cui sia parte lo Stato”, mentre la normativa di cui all’art. 32 del Collegato Lavoro ha portata generale e non si applica allo Stato/datore di lavoro (in quanto sottratto alla regola della conversione del rapporto a termine illegittimo, ex art. 36 comma 5° d.lgs. 165/01); inoltre, secondo la Consulta, ragioni di utilità generale possono essere individuate nell’esigenza di una tutela economica dei lavoratori a termine “più adeguata al bisogno di certezza dei rapporti giuridici tra tutte le parti coinvolte nei processi produttivi, anche al fine di superare le inevitabili divergenze applicative cui aveva dato luogo il sistema previgente”;

- che, infine, secondo la Corte Costituzionale “l'applicabilità della nuova disciplina a tutti i giudizi pendenti” sarebbe coerente con quanto affermato nella sentenza n. 214/09. L’art. 4 bis del d.lgs. 368/01 – sostiene infatti il giudice delle leggi – era stato dichiarato incostituzionale perché, escludendo radicalmente la conversione del rapporto a termine (sostituito, in quel caso,

dall’indennità economica), “differenziava irragionevolmente il trattamento «di un gruppo di fattispecie selezionate in base alla circostanza, del tutto accidentale, della pendenza di una lite giudiziaria tra le parti del rapporto di lavoro», ad una data, quella di entrata in vigore della novella (22 agosto 2008), come se non bastasse «anch'essa sganciata da qualsiasi ragione

giustificatrice». Donde l'esigenza – stavolta pienamente realizzata seguendo un criterio più equilibrato di omogeneità di disciplina – di parificare situazioni di fatto identiche, a prescindere dalla data d'introduzione del giudizio”.

Non v’è dubbio che le argomentazioni spese dalla Consulta (specie quella da ultimo riportata) solleveranno negli operatori del diritto reazioni divergenti e, prevedibilmente, anche contrapposte.

Nondimeno, la pronuncia annotata si segnala per la chiarezza e l’univocità delle proprie motivazioni, e per aver definitivamente risolto alcuni nodi interpretativi che avevano precedentemente indotto la giurisprudenza a soluzioni divergenti.

 

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