DEMANSIONAMENTO

La nuova disciplina sul demansionamento al vaglio della giurisprudenza

Con sentenza resa in data 30 settembre 2015, a soli tre mesi dall'entrata in vigore del d.lgs. 81/2015 e delle relative modifiche alla disciplina del mutamento di mansioni (di cui ci siamo occupati nel Flash del 6 luglio u.s.), il Tribunale di Roma - nella persona del Presidente della Prima Sezione Lavoro, dr. Paolo Sordi - si è pronunciato in merito agli effetti della nuova disciplina sulle ipotesi di demansionamento in corso al 25 giugno u.s..  

Le modifiche all'art. 2103 c.c.

Come si ricorderà, il vecchio testo dell'art. 2103 c.c., nel disciplinare l'esercizio del c.d. jus variandi, ossia del potere datoriale di variare il contenuto delle mansioni del lavoratore, stabiliva che "Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione...".  


Le nuove mansioni dovevano dunque essere equivalenti a quelle disimpegnate in precedenza, cioè idonee a consentire l'utilizzo (e l'accrescimento) del patrimonio professionale del prestatore in una prospettiva dinamica di valorizzazione delle capacità di arricchimento del proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze.


L'eventuale inclusione delle nuove mansioni nello stesso livello d'inquadramento contrattuale delle precedenti non costituiva, dunque, garanzia di equivalenza, ben potendo dare origine ad un'ipotesi di illegittimo demansionamento.


Il nuovo testo dell'art. 2103 comma 1° cod. civ., così come modificato dall'art. 3 del d.lgs. 81/2015, stabilisce ora che "Il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all'inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolteIn caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale."

Al concetto di "equivalenza" delle mansioni si sostituisce oggi, come parametro di valutazione della legittimità del comportamento datoriale, la pura e semplice riconducibilità delle stesse al medesimo livello d'inquadramento


Ne consegue che "è oggi legittimo lo spostamento del lavoratore a mansioni che appartengono allo stesso livello di inquadramento cui appartenevano quelle svolte in precedenza dallo stesso dipendente, non dovendosi più accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente (come ritenuto in passato)" (Trib. Roma 30 settembre 2015). 


Gli effetti sulle ipotesi di demansionamento in corso.

Ma cosa accade nell'ipotesi in cui il demansionamento, iniziato prima dell'entrata in vigore del d.lgs. 81/2015 (25 giugno 2015), sia proseguito anche successivamente?


Secondo la sentenza in commento, poiché "il demansionamento del lavoratore costituisce una sorta di illecito “permanente”, nel senso che esso si attua e si rinnova ogni giorno in cui il dipendente viene mantenuto a svolgere mansioni inferiori rispetto a quelle che egli, secondo legge e contratto, avrebbe diritto di svolgere(...) la valutazione della liceità o meno della condotta posta in essere dal datore di lavoro (...) va necessariamente compiuta con riferimento alla disciplina legislativa e contrattuale vigente giorno per giorno".

"Con la conseguenza" - prosegue la sentenza - "che l’assegnazione di determinate mansioni che deve essere considerata illegittima in un certo momento, può non esserlo più in un momento successivo". 


Ne discende che, nell'ipotesi di demansionamento in corso al 25 giugno e "divenuto legittimo" da tale data, nessun risarcimento potrà essere riconosciuto per il periodo successivo, né il datore di lavoro potrà essere condannato alla riassegnazione del lavoratore alle mansioni di provenienza.

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Commenti: 2
  • #1

    Gianluca CERIANI (giovedì, 26 novembre 2015 15:21)

    E per un demansionamento, per così dire, "discriminatorio" o "ritorsivo", vi sono appigli? Grazie mille.

  • #2

    Avv. Andrea Li Causi (giovedì, 26 novembre 2015 15:53)

    Il demansionamento, in mancanza dei presupposti di cui all'art. 2103 c.c., è sempre illegittimo a prescindere dalle ragioni ad esso sottese.
    Accade spesso, peraltro, che esso si inserisca in un più ampio contesto di mobbing, se accompagnato da plurimi atteggiamenti ripetuti nel tempo a carattere persecutorio e discriminatorio.
    Cordialità,

    Avv. Andrea Li Causi

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