Patto di prova

Licenziamento del lavoratore in prova già assegnato a mansioni diverse da quelle oggetto dell'esperimento.

Con sentenza n. 10618 depositata in data 22 maggio 2015 la Corte di Cassazione ha affrontato il tema ricorrente delle condizioni di legittimità del patto di prova e delle conseguenze dell'eventuale assegnazione del lavoratore a mansioni non coincidenti con quelle ivi previste dalle parti. 

Il caso all'attenzione degli ermellini riguardava l'avvenuto licenziamento per mancato superamento della prova di una lavoratrice che, secondo quanto emerso durante il giudizio di merito, nel corso dell'esperimento era stata adibita a mansioni diverse, inferiori e del tutto marginali rispetto a quelle proprie del ruolo fatto oggetto della prova. 

La controversia ha dunque fornito alla Suprema Corte lo spunto per tornare (sia pure in modo estremamente sintetico) a ribadire, da un lato, il rilievo essenziale dell'indicazione, nel patto di prova, delle mansioni oggetto dell'esperimento (il che può peraltro anche avvenire mediante rinvio ad una qualifica o ad un profilo previsto dal ccnl, se sufficientemente specifico), dall'altro l'importanza centrale delle mansioni così indicate ai fini della valutazione dell'esito della prova stessa e dell'adeguatezza dell'esperimento effettuato. 

Premesso, infatti, che il patto di prova ha il fine di consentire ad entrambe le parti la valutazione della convenienza del rapporto di lavoro, la fissazione delle specifiche mansioni affidate al lavoratore è condizione essenziale affinché: 1) questi disponga di un programma ben definito sul quale dimostrare le proprie attitudini e capacità; 2) il datore di lavoro possa esprimere la propria discrezionale valutazione sull'esito della prova.    

Per tale ragione, secondo il costante insegnamento della giurisprudenza, l'assegnazione del lavoratore a mansioni differenti (superiori o inferiori) rispetto a quelle su cui avrebbe dovuto vertere l'esperimento impedisce il corretto svolgimento della prova, ponendosi al di fuori della cornice entro la quale le parti avevano convenuto di valutare la reciproca convenienza del rapporto.  

Sul punto, particolarmente significativa per la profondità dell'analisi è Cass. 15432/2001 (peraltro significativamente richiamata nella pronuncia in commento), in cui si legge : "in caso di assegnazione in via continuativa al lavoratore assunto con patto di prova di mansioni ulteriori rispetto a quelle previste in occasione della stipula di tale patto, il recesso del datore di lavoro motivato con riferimento all'esito negativo della prova non può trovare la sua legittimità in tale patto - non invocabile dal datore di lavoro, ad esso inadempiente -, qualora, per il rilievo quantitativo o qualitativo delle mansioni ulteriori, risulti sostanzialmente mutato l'oggetto complessivo della prestazione lavorativa, e, altresì, se le mansioni aggiunte non assurgano a tale rilevanza, qualora risulti la potenziale incidenza sul giudizio del datore di lavoro delle ulteriori mansioni, per la natura delle stesse (per esempio, perché le stesse richiedano capacità diverse o maggiori), oppure per la loro influenza sulle condizioni di espletamento delle mansioni originarie".

Da ultimo, la recentissima sentenza n. 10618/2015 si segnala per aver avallato l'orientamento (invero non uniforme) secondo cui, al lavoratore licenziato per esito negativo della prova dopo essere stato adibito a mansioni diverse da quelle oggetto dell'esperimento, si applicherebbero gli ordinari rimedi contro il licenziamento illegittimo (dunque anche l'art. 18 Stat. Lav., ricorrendone le condizioni).

Di segno opposto altre pronunce, inclini viceversa a riconoscere al lavoratore rimedi di tipo esclusivamente risarcitorio (cfr. Cass. 27.10.2010 n. 21965: "escluso ... che l’illegittimità del recesso trovi sanzione nei rimedi ripristinatori previsti dall’art. 18 dello Statuto, ben può, tuttavia, riconoscersi, a fronte della nullità del licenziamento, il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, secondo i principi comuni (artt. 1223 c.c. e segg.), e, quindi, tenendo conto anche delle utilità economiche che lo stesso avrebbe percepito ove il recesso non fosse stato determinato da finalità illecite o, comunque, fraudolente e l’esperimento avesse avuto regolare svolgimento. Più in particolare, ove si accerti, come nel caso, il positivo superamento della prova, deve ritenersi che correttamente il giudice di merito provveda a quantificare il danno con riferimento alle retribuzioni che il lavoratore avrebbe percepito ove il rapporto di lavoro avesse avuto regolare esecuzione, ricollegandosi lo scioglimento del rapporto ad un comportamento antigiuridico del datore di lavoro e determinando tale comportamento un danno risarcibile qualificabile come pregiudizio da mancata assunzione").

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