Procedimento disciplinare

Il termine per formulare la contestazione disciplinare non è perentorio.

La giurisprudenza è tornata a pronunciarsi sulla natura dei termini che, nella maggior parte dei contratti collettivi, scandiscono l'iter disciplinare.

Il caso all'esame della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, deciso con sentenza n. 19216 dell'11 settembre 2014, riguardava un dipendente dell'INPS licenziato per giusta causa per aver svolto attività libero professionale retribuita senza autorizzazione dell'Istituto e per aver omesso di comunicare all'Istituto la sentenza del Tribunale di Torino con cui era stato dichiarato colpevole del reato di falso ideologico commesso da privato in atto pubblico.

In breve, dopo essere risultato soccombente in grado d'appello, il lavoratore aveva proposto ricorso avanti alla Corte di legittimità facendo valere la tardività della contestazione disciplinare, che - secondo l'art. 3 della raccolta coordinata delle norme in materia disciplinare - sarebbe dovuta intervenire entro i venti giorni successivi alla data in cui il dirigente responsabile era venuto a conoscenza del fatto sanzionabile. 

Tesi, tuttavia, non condivisa dagli ermellini, secondo i quali non tutti i termini che scandiscono lo svolgimento del procedimento disciplinare (come quello per la segnalazione d'ufficio, per la contestazione degli addebiti e la relativa comunicazione all'interessato) sono in in realtà perentori, ma solamente quello stabilito dal contratto collettivo per la sua conclusione.

La sentenza si colloca nel solco di un consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale solo la violazione del termine eventualmente previsto dal contratto collettivo per la conclusione del procedimento disciplinare può condurre alla declaratoria della nullità della sanzione, a condizione - peraltro - che l'incolpato denunci, con concreto fondamento, l'impossibilità o l'eccessiva difficoltà della sua difesa

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